La mobilità per interpretare le
trasformazioni del territorio
La mobilità rappresenta una delle forme
attraverso cui raccontare le trasformazioni
urbane, poiché causa e conseguenza dei
cambiamenti nell’organizzazione della vita
quotidiana.
Traduzione di pratiche eterogenee che
modificano i luoghi e gestione di risorse
spazio-temporali, più che semplice
spostamento, la mobilità è infatti un’utile
chiave di lettura per descrivere i territori
della città contemporanea, poiché
restituisce natura e ampiezza delle diverse
pratiche d’uso del territorio.
In queste nuove pratiche di vita è il tempo
e non la distanza a giocare un ruolo
significativo: il tempo per gli spostamenti
obbligati (lavoro, scuola), attorno a cui si
organizza e da cui dipende il tempo
personale, si fa più frammentario.
Nuovi regimi temporali (Godard, 1997) che
sul piano individuale hanno portato a un
utilizzo più denso e diversificato del tempo
disponibile – ridistribuito nell’arco della
giornata secondo una propria scala di valori
– mentre sul piano relazionale hanno
prodotto una diversificazione dei tempi di
lavoro da mettere in relazione con la
nascita di nuove tipologie di lavoratori,
tendono a relativizzare l’importanza dei
movimenti pendolari nel descrivere le
pratiche giornaliere di mobilità.
Così, ad esempio, in Lombardia la mobilità
sistematica rappresenta solo il 29% degli
spostamenti giornalieri che in media si
attestano su 2,65 spostamenti/giorno1,
con una propensione alla mobilità che cambia
in relazione alla condizione professionale.
Questo è quanto emerge da una indagine
origine/destinazione (O/D) condotta con
interviste telefoniche ad un campione
significativo di residenti in Lombardia2
nel 2002 che evidenzia indici di mobilità3
variabili tra le diverse categorie
professionali, con una propensione da parte
degli operai, casalinghe e pensionati a
compiere meno spostamenti giornalieri e con
tragitti più brevi, diversamente da
artigiani, esercenti che risultano le
categorie con indici di mobilità e tempi
medi di spostamento tra i più rilevanti
(2,94 spostamenti/giorno, contro i 2,73 di
operai, 2,60 dei disoccupati, 2,72 di
casalinghe, 2,37 dei pensionati).
Se la diversità degli statuti di lavoro
rappresenta un elemento che condiziona la
diversificazione degli usi del tempo sociale
e delle pratiche urbane che determina,
l’indebolimento dei vincoli d’ordine
istituzionale (orari di lavoro, di scuola,
di apertura dei servizi pubblici e dei
pubblici esercizi …), fa sì che il tempo
della produzione, il tempo del consumo e il
tempo libero si intreccino o si
sovrappongano.
Le conseguenze di queste trasformazioni si
leggono nella dilatazione dello spazio delle
pratiche d’uso del territorio che assume la
forma di un arcipelago di luoghi e di
relazioni che ha nella mobilità uno
strumento sia conoscitivo che progettuale,
poiché la stessa rappresenta, al contempo,
una risorsa e un valore in quanto crea e
introduce differenze, in base alle
possibilità di ogni soggetto, in relazione
ai propri progetti personali e alle proprie
capacità di spesa, di selezionare le forme e
i modi utili per garantirsi “il diritto di
movimento”4, cioè la maggiore
flessibilità, connettività, reversibilità e
il migliore accesso ubiquitario alle diverse
risorse e destinazioni possibili.
La mobilità presuppone, quindi, un
progetto di mobilità (Ehrenberg, 1995)
che dipende dalle risorse disponibili, dalle
capacità, dalle competenze, dai legami
sociali che sono essi stessi rinforzati o
affievoliti dalle nostre pratiche e, come
tale, richiede sia approcci analitici
più attenti a descrivere le diverse forme
che la mobilità può assumere nelle pratiche
d’uso allargato del territorio, sia
politiche coerenti con la natura delle
interazioni sociali che la stessa mobilità
consente, anche per superare possibili forme
di esclusione sociale e di segregazione di
cui la mancanza di possibilità alla mobilità
è fonte. Perciò la sfida operativa diventa
articolare approcci che studiano la mobilità
a partire dalle forme di interazione sociale
che la stessa consente (e che trattano la
mobilità come capitale sociale e il
territorio come spazio di interazioni
sociali facilitate dal movimento) e approcci
che riconoscono una proporzionalità tra
utilità e costo/tempo dello spostamento.
Innovare le analisi, ripensare le politiche
per la mobilità
Da un punto di vista analitico, si
tratta di accompagnare approcci che
restituiscono i movimenti utilizzando dati
statistici e proponendo rappresentazioni in
termini di flussi di mobilità che rilevano
la quantità di relazioni tra origini e
destinazioni in uno spazio rappresentato al
discreto, con indagini sui modi con cui
soggetti diversi eseguono un programma
personale di spostamenti, prestando
attenzione ai percorsi, ai diversi mezzi
utilizzati, ai tempi spesi in rapporto alla
finalità di ogni spostamento e alle forme di
interazione attivate nello spostamento
(Moretti, Pucci, 2000).
Solo recentemente in Italia sono state
avviate sperimentazioni finalizzate alla
costruzione di osservatori per il rilievo e
l’interpretazione delle dinamiche di
mobilità non sistematica5 che
danno conto dell’interesse per una lettura a
tutto campo della mobilità, finalizzata a
conoscere le diverse pratiche d’uso del
territorio e per proporre politiche per
intervenire più efficacemente sulla
regolamentazione della domanda.
Accanto a queste indagini, perlopiù condotte
attraverso interviste e questionari anche a
campioni numericamente significativi di
popolazione (si veda O/D Regione Lombardia),
vanno considerate le rilevazioni comunemente
chiamate time budget, mutuate dagli
studi della Time Geography, entro cui
ricondurre recenti ricerche sperimentali di
carattere applicativo che utilizzano
tecnologie satellitari (come ad esempio il
Gps6) per ricostruire la
morfologia della mobilità di gruppi discreti
di popolazioni urbane e per l’analisi delle
interazioni tra gruppi di popolazioni e
contesto fisico. I risultati, ancora
sperimentali, rivestono un certo interesse
poiché restituiscono una mappa inedita
della città disegnata a partire dai
comportamenti di mobilità delle popolazioni
osservate. Queste mappe della mobilità, da
un punto di vista analitico, consentono di
ricostruire il profilo dell’uso dello spazio
urbano da parte di categorie di popolazioni
urbane, il loro calendario di spostamenti
giornalieri, lo spazio in cui avvengono le
attività prevalenti. Dal punto di vista
della progettazione e della pianificazione,
possono fornire un supporto utile per
orientare progetti di riorganizzazione di
spazi pubblici verso una attenzione ai modi
e ai tempi d’uso e di frequentazione e, più
in generale, per costruire soluzioni
congruenti coi comportamenti delle
popolazioni a cui si rivolgono le politiche
stesse. Poiché in grado di contestualizzare,
nello spazio e nel tempo, le forme della
mobilità giornaliera, queste indagini – di
tipo qualitativo, per ambiti e quantità
discrete – possono costituire quindi un
utile approfondimento da condurre a supporto
di indagini consolidate.
Per quanto attiene alle politiche per la
mobilità, osservando anche le esperienze
condotte in altri paesi europei (Kaufmann,
2002), per risolvere problemi di congestione
e per incidere sulla ripartizione modale a
favore dell’uso del trasporto pubblico,
sembra possibile riconoscere tre
orientamenti:
1. obiettivi ambiziosi nel campo della
riduzione del traffico veicolare spesso
tuttavia tradotti in misure cosmetiche
che rappresentano dei palliativi di fronte
alle difficoltà – peraltro dichiarate e
riconosciute – di promuovere politiche di
controllo della mobilità in assenza di una
riforma istituzionale per uscire dal campo
delle possibilità e dei proclami esortativi;
2. l’incentivazione alla ripartizione
modale in favore del trasporto pubblico,
orientata verso il potenziamento e il
miglioramento dell’offerta di trasporto
pubblico, con politiche a forte visibilità
che richiedono pesanti investimenti pubblici
e spesso non intervengono sul controllo dei
processi di dispersione insediativa, né
propongono misure di limitazione dell’uso
dell’auto;
3. la strategia del perimetro di
intervento che sancisce la nascita di
territori amministrativi con regole
d’uso diverse; il centro città da cui l’auto
è bandita e la periferia che al contrario si
struttura e vive sull’uso del mezzo privato,
così da creare un doppio regime d’uso dello
spazio urbano in cui al trasporto pubblico
spetta il ruolo di connessione tra i
territori con e senza auto.
Come chiaramente emerge dalle tre diverse
declinazioni assunte, le esperienze condotte
tendono a riproporre le contraddizioni di
sempre tra politiche di limitazione dell’uso
dell’auto privata e il radicamento del mezzo
privato nelle pratiche di vita;
contraddizioni che rimangono sul tappeto sin
tanto che le politiche per la mobilità si
limiteranno a cercare di conciliare
l’inconciliabile (Kaufmann, 2002), invece di
diventare priorità politica e assurgere a
campo privilegiato dell’azione pubblica.
La mobilità nella regione urbana milanese
Il riferimento alla regione urbana milanese
consente da una parte una riflessione
preliminare sui limiti e sulle opportunità
di interpretazioni della mobilità condotte
attraverso l’utilizzo di dati statistici
tradizionali e parziali (come gli
spostamenti pendolari per motivi di lavoro),
che è stato possibile confrontare con
letture delle pratiche di mobilità non
sistematica7, dall’altra, alcune
considerazioni sulla natura delle politiche
di mobilità implementate e sulla loro
congruenza rispetto alle domande di mobilità
registrate nel territorio.
La finalità di leggere in forma integrata
politiche e dinamiche di mobilità ha indotto
a costruire delle interpretazioni dei dati
disponibili sulla mobilità in Provincia di
Milano (Istat, Regione Lombardia e Provincia
di Milano), aggregati per basi territoriali
coincidenti con gli ambiti dei Tavoli
interistituzionali e Conferenza dei comuni
individuati nel Ptcp della Provincia di
Milano (approvato nel 2003) per costruire
intese con gli enti locali interessati e con
altri soggetti pubblici e privati operanti
nel territorio (Figura 1).
Figura 1 - Ambiti di
co-pianificazione del piano
territoriale di coordinamento
provinciale |
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Fonte: Provincia di Milano |
Profili di mobilità
La lettura della mobilità pendolare8
per ambiti discreti del territorio
provinciale è stata condotta a partire dalla
costruzione di profili di mobilità
che restituiscono una interpretazione
territorializzata dei flussi casa-lavoro,
che per loro natura, descrivono gli
spostamenti come insieme di origini e di
destinazioni la cui morfologia è
indifferente rispetto ai caratteri
topologici del territorio.
Figura 2 - Indici di
autocontenimento, dipendenza,
gravitazione e mobilità |
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I profili di mobilità discendono da
una lettura integrata degli indici
territoriali di mobilità9 (Figura
2) per i territori di indagine, così da
riferire le forme di mobilità pendolare alle
dinamiche socio-economiche e consentire una
riflessione sul ruolo che i caratteri
insediativi e le condizioni di offerta
infrastrutturale hanno nel condizionare le
dinamiche osservate (Figura 3).
Figura 3 - Costruzione dei
profili di mobilità |
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Sono stati individuati, per gli ambiti
considerati, i seguenti profili di mobilità
(Figura 4):
Figura 4 - Profili di mobilità per
gli ambiti di studio |
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- ambiti di nuova attrattività o con
attrattività in crescita, di tipo reticolare
che si caratterizzano per bassi valori di
autocontenimento, alti valori di mobilità e
di dipendenza soprattutto verso il
capoluogo, ma anche per trend di crescita,
nel decennio intercensuario, di flussi in
entrata che consentono di tracciarne un
profilo di attrattività, confermato peraltro
dagli alti valori di gravitazione.
Appartengono a questo profilo l’Adda
Martesana e il sud-est Milano, ambiti
caratterizzati da una buona offerta di reti
di trasporto pubblico, seppure di natura
milanocentrica (Mm2, Linee del
servizio ferroviario regionale - Sfr)
che sembrano condizionare i trend di
crescita osservati10. Anche il
sud Milano che è l’ambito che presenta il
più basso valore di autocontenimento, la
maggiore dipendenza dal capoluogo per i
flussi in uscita (per la crescita a
carattere unicamente residenziale di alcuni
comuni di prima cintura), ma anche un valore
medio-alto dell’indice di gravitazione, si
conferma un territorio ad attrattività in
crescita che premia prevalentemente i comuni
più prossimi al capoluogo, lungo il sistema
delle tangenziali (come Cusago, Assago,
Trezzano sul Naviglio), o serviti da uno
svincolo autostradale (Binasco), ma anche
comuni sud-occidentali non serviti da
adeguate reti infrastrutturali (Vernate,
Casarile, Lacchiarella, Noviglio);
- ambiti di polarizzazione e con polarità
consolidate, connotati da alti valori di
gravitazione, valori medio-alti degli indici
di mobilità e di autocontenimento, bassi
valori di dipendenza, come la Brianza che fa
registrare l’incremento più significativo di
flussi in entrata nel decennio
intercensuario e in cui un ruolo di polo di
riferimento è rivestito da alcuni comuni le
cui dinamiche di crescita consolidano la
forte caratterizzazione di centri ad alta
densità di attività produttive (Agrate
Brianza, Vimercate, Carate Brianza) e il
Rhodense, unico ambito che presenta un
valore positivo dell’indice di gravitazione,
ma anche alti valori di mobilità,
connotandosi per una polarizzazione
reticolare (Pero, Settimo Milanese e
Pregnana Milanese);
- ambiti tendenzialmente autocontenuti
caratterizzati da alti valori di
autocontenimento, indici di mobilità tra i
meno significativi della provincia, indici
di gravitazione nei valori medi, localizzati
nel settore occidentale della provincia. Si
tratta del Castanese, del Legnanese, ambiti
nei quali i flussi interni rappresentano una
quota significativa (rispettivamente il 24%
e il 21%, a fronte di un dato medio della
provincia, meno Milano, pari a 18,7%), in
cui si riscontra la più alta percentuale di
utilizzo della bici e della marcia a piedi
per gli spostamenti casa-lavoro interni
(42%, a fronte di un dato medio della
provincia, meno Milano, del 34,7%) che
conferma la presenza di un modello che
ancora integra residenza a posto di lavoro.
Merita un cenno a parte l’Abbiatense che,
pur presentando un profilo di mobilità
simile a questa famiglia, ha al proprio
interno situazioni molto diversificate,
originate da politiche di sviluppo locale
che hanno privilegiato la crescita di
attività produttive, creando così polarità
attrattive per l’offerta di posti di lavoro
(Ozzero), ma più frequentemente di
residenza, perlopiù a bassa densità, che
tende a soddisfare una domanda esogena e
concorre a caratterizzate la totale
dipendenza esterna di questi centri (Zelo
Surrigone e Vermezzo) per l’offerta di posti
di lavoro;
- ambiti dipendenti per l’offerta di
posti di lavoro da altri territori
provinciali – in particolare da Milano –
caratterizzati da bassi valori di mobilità,
bassi indici di autocontenimento e di
gravitazione, a fronte di alti valori di
dipendenza, come il nord Milano in cui si
assiste nel decennio 1991-2001 a un
decremento di addetti e popolazione
residente e che presenta una importante
dipendenza dal capoluogo verso cui si
dirigono il 54,1% dei flussi in uscita e
come il Magentino, quest’ultimo
caratterizzato da una situazione
geograficamente eterogenea tra i comuni a
nord di Magenta (Arluno, Mesero, Marcallo,
Ossona), con un profilo dinamico e i comuni
a sud-est, dipendenti per l’offerta di posti
di lavoro (Sedriano, Bareggio, Santo Stefano
e Robecco), mentre si consolida il ruolo di
polarità di riferimento per Magenta e
Corbetta. Anche il Nord e Groane, pur
presentando comuni con una marcata
connotazione industriale che confermano il
loro ruolo di centri di riferimento per
l’offerta di posti di lavoro (Lentate,
Solaro, Paderno Dugnano), e comuni dinamici
ad alta attrattività e altrettanto alta
densità pendolare (Misinto, Novate Milanese
Barlassina, Ceriano Laghetto), ha un profilo
di dipendenza con il più basso valore
provinciale dell’indice di gravitazione,
bassa mobilità e autocontenimento.
Scenari e azioni da avviare
Per costruire scenari e generalizzare
alcune tendenze in atto, in cui inscrivere i
profili di mobilità proposti per i territori
di indagine, si è fatto ricorso ai risultati
dell’indagine O/D condotta da Regione
Lombardia e dall’indagine recentemente
conclusa da Provincia di Milano (2006) sulla
base di un questionario strutturato
somministrato telefonicamente (indagine
Cati) a 3.600 residenti in provincia e di
interviste a testimoni privilegiati che
restituiscono una morfologia più articolata
e complessa della mobilità provinciale
rispetto a quella che emerge dagli
spostamenti casa-lavoro. Quanto rilevato,
tale da condizionare le politiche di
mobilità, riguarda:
- una crescita della mobilità con un trend
più significativo rispetto all’incremento
del reddito medio provinciale pro-capite11
che conferma, per l’area milanese, un
andamento comune alle maggiori aree
metropolitane in cui la mobilità cresce più
velocemente della ricchezza, con effetti
sull’ampliamento delle fasce di punta
giornaliere (il 22% degli spostamenti
avvengono tra le 7 e le 9 del mattino) e con
un incremento dei tempi medi di spostamento,
anche se, in parte, legato alla congestione
da traffico (O/D Regione Lombardia 2003);
- una densità degli spostamenti casa-lavoro
in Provincia di Milano quattro volte
superiore a quella delle province lombarde a
maggiore mobilità pendolare12,
dato confermato anche considerando gli
spostamenti a-sistematici per i quali la
Provincia di Milano genera il 42% degli
spostamenti regionali, di cui solo il 6% ha
destinazione esterna e allo stesso modo la
Provincia di Milano è il principale
attrattore con il 44% degli spostamenti
totali (Regione Lombardia, 2003);
- una importante dipendenza della Provincia
di Milano dal capoluogo13,
seppure in calo tra il 1991 e il 2001
(-12,1%) che interessa prevalentemente
comuni di prima cintura della fascia
meridionale (come Opera, Rozzano, Buccinasco,
Pieve Emanuele, Basiglio), dove si è
assistito nell’ultimo decennio a un
incremento nell’offerta di nuova residenza
(oltre il 20%), di fatto sganciata da
un’adeguata offerta di trasporto pubblico
efficiente (su ferro e/o a corsie in sede
propria) e dalla creazione di nodi di
interscambio capaci di assorbire il flusso
in entrata a Milano che, dalle indagini
condotte, risulta utilizzare perlopiù l’auto
(per circa il 60% degli ingressi) e
interscambiare solo nel 20% dei casi (Figura
5);
Figura 5 - Area di influenza di
Milano al 2001 calcolata in
percentuale dei flussi diretti verso
Milano sul totale dei flussi in
uscita generati da ogni comune,
escluso Milano |
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- un’alta attrattività per l’offerta di
posti di lavoro, soprattutto nei comuni di
prima cintura, a est e a ovest di Milano,
serviti dal sistema di viabilità tangenziale
(Cusago, Assago, San Donato, Peschiera,
Segrate, Settimo Milanese, Prezzano sul
Naviglio) e nei comuni lungo la linea
metropolitana Mm2 più prossimi a Milano (Cernusco
sul Naviglio, Vimodrone, Cassina de’
Pecchi), oltre che in alcune situazioni
puntuali riferibili a comuni che hanno visto
incrementare significativamente nell’ultimo
decennio intercensuario gli addetti (come
Tribiano, nel sud-est milanese) o
consolidare il proprio ruolo di polarità di
riferimento (Agrate Brianza);- una crescita
delle relazioni trasversali, in particolare
nell’est milanese (Adda Martesana e sud-est)
e nel nord-est (Vimercatese-Brianza
orientale), dove si registrano anche
incrementi importanti in alcuni comuni
(superiori al 25%) nel numero di addetti, in
assenza di una offerta adeguata non solo di
trasporto pubblico, ma anche di viabilità
trasversale esterna capace di assorbire
l’incremento dei flussi;
- l’affermarsi di nuove polarità per
l’offerta di posti di lavoro sganciate da
una adeguata offerta di reti per la mobilità
(si vedano Ozzero, Morimondo nell’Abbiatense,
ma anche Tribiano, Settala, Liscate, Rodano
nell’est milanese), da mettere in relazione
a processi di localizzazione di nuove
imprese, in assenza di un coordinamento di
scala territoriale capace di garantire
congruenza tra politiche di offerta di
infrastrutture e processi di insediamento di
nuove attività economiche;
- il consolidarsi di ambiti non dipendenti
da Milano, sostanzialmente autocontenuti
e a relativamente bassa densità insediativa
nei quali i flussi interni rappresentano una
quota significativa e si riscontra una
integrazione tra residenza a posti di
lavoro, come il dato sull’uso della bici e
della marcia a piedi per gli spostamenti
casa-lavoro interni sembra dimostrare (42%,
a fronte di un dato medio della provincia,
meno Milano, del 34,7%); - una saturazione
dell’offerta di trasporto pubblico per la
rete urbana milanese14 (in
particolare la rete metropolitana intorno a
cui si consolidano le spinte alla crescita
insediativa) che condiziona le stesse
politiche di limitazione dell’uso dell’auto
privata in ingresso all’area urbana densa.
Le dinamiche osservate consentono di porre
in evidenza lacune strutturali, da tempo
nell’agenda delle politiche pubbliche, che
necessitano di azioni integrate riferibili
non solo e strettamente a politiche per la
mobilità. Quanto emerge conferma:
- la sostanziale difficoltà a coordinare
politiche insediative e progetti per la
mobilità per una disarticolazione di
competenze e poteri in materia di politiche
di infrastrutturazione del territorio,
programmi di mobilità e politiche di governo
delle trasformazioni territoriali di cui
danno efficacemente conto gli stessi
perimetri d’azione sostanzialmente non
coincidenti neppure quando, all’interno
della stessa famiglia di azioni, si
distingue tra politiche di emergenza e
politiche strutturali (si veda il caso
dell’inquinamento atmosferico e delle
relative politiche di mobilità sostenibile).
Il tema non è privo di importanza poiché i
perimetri d’azione modificano il trattamento
del problema, concorrendo a spostare la
frontiera tra ciò che è trattabile e ciò che
non lo è, tra ciò che fa problema e ciò che
non lo fa;
- soggetti non sempre cooperanti e perimetri
d’azione frammentari anche per le politiche
di gestione delle reti di trasporto pubblico
che comportano deficit organizzativi e di
qualità del servizio che limita la
competitività del trasporto pubblico
rispetto all’auto privata anche laddove
l’offerta è buona (si veda il perimetro
della cosiddetta area suburbana milanese
delle Linee ferroviarie suburbane del Sfr e
i perimetri dei bacini di servizio del
trasporto extraurbano su gomma della
provincia);
- una difficoltà a pensare in modo integrato
azioni che spesso vengono associate ad
un’unica finalità;
- l’opacità di informazioni sulle scelte
strutturali in tema di mobilità e trasporti
che coinvolgono le amministrazioni pubbliche
(si vedano i casi del piano urbano della
mobilità e della Relazione sullo stato
dell’ambiente del Comune di Milano) che per
perseguire risultati apprezzabili hanno, al
contrario, bisogno di essere condivise, come
emerge dall’interesse e dalla diffusione di
dibattiti e confronti soprattutto su temi
come limitazione della circolazione privata,
blocchi del traffico, isole ambientali,
pedonalizzazioni, ecc.;
- la necessità di sperimentare più
diffusamente forme di trasporto non
convenzionale (Mobility management, car
pooling, car sharing taxi collettivo,
ecc.) per soddisfare domande di mobilità
eterogenee (nei tempi e nelle destinazioni)
come quelle che connotano i territori della
regione milanese, accanto a una necessaria
integrazione tariffaria, al potenziamento
delle possibilità di interscambio con nodi
di reti di trasporto pubblico esterni al
confine amministrativo della città di
Milano, dotando le stazioni sia delle linee
metropolitane che della rete del Sfr più
esterne all’area urbana densa, di parcheggi
di interscambio con cui ottimizzare l’uso
del mezzo privato per i collegamenti con
Milano;
- l’opportunità di abbandonare una logica
milanocentrica nell’offerta di reti di
trasporto pubblico, ma anche di nuovi assi
stradali, per rispondere a dinamiche di
mobilità che disegnano relazioni trasversali
esterne al capoluogo esito, anche, di
processi di rilocalizzazione di unità
produttive che non trovano nella
configurazione attuale della rete della
mobilità risposte adeguate.
Una Authority per la mobilità
Le criticità rilevate e la difficoltà di
valorizzare potenzialità latenti che
necessiterebbero di azioni integrate e
coordinate, confermano i limiti di politiche
per la mobilità che, di fatto, seguono due
modelli contraddittori:
1. politiche di infrastrutturazione del
territorio, in cui le potenzialità liberate
dalle trasformazioni dell’accessibilità
legate alla realizzazione di reti di
trasporto e infrastrutture, sono lasciate
all’iniziativa degli attori privati o alle
collettività locali come occasioni da
cogliere; esempi in tal senso riferiti al
contesto lombardo, sono riconducibili al
potenziamento del servizio ferroviario
regionale con le nuove linee S-Suburbane che
hanno migliorato le frequenze di servizio
per un sistema di stazioni della regione
milanese, senza che questo investimento sia
stato accompagnato e abbia attivato
politiche coordinate d’uso del suolo di
scala vasta, ma anche allo sfruttamento
delle attese localizzative innescate da
progetti di infrastrutturazione del
territorio che spesso portano a realizzare,
prima ancora dell’opera, importanti
superfici terziario-commerciali (si veda il
centro commerciale Le acciaierie a
Cortenuova creato in attesa
dell’autostrada Bre.be.mi.);
2. politiche pubbliche perlopiù
orientate alla creazione di nuove
infrastrutture di rincorsa della
domanda di mobilità attivata da un processo
di urbanizzazione non pianificato; a questa
famiglia appartengono progetti spesso
incrementali (come varianti di tracciato
alla viabilità esistente, potenziamento di
assi autostradali esistenti come la quarta
corsia della A4 Milano-Bergamo), spia anche
della difficoltà endemica di realizzare
grandi opere di cui peraltro spesso sfugge
l’utilità in termini di risoluzione dei
fenomeni di congestione per i territori
attraversati.
Le situazioni riscontate rimandano ad una
condizione da tempo riconosciuta come
questione centrale per il coordinamento
dell’azione pubblica in tema di mobilità:
l’urgenza di creare una Authority per la
mobilità di scala territoriale, quale
condizione necessaria per il coordinamento
di politiche per la mobilità che, allo stato
attuale, rischiano anche di annullare gli
effetti positivi perseguiti da singole
iniziative, prive di una cornice d’azione
comune.
Se sembra esserci consenso sull’opportunità
non tanto di creare un nuovo ente con
competenze frammentate e residuali rispetto
agli spazi di potere già acquisiti e
consolidati, si tratta di confrontarsi sul
ruolo, sulle competenze, sui rapporti che il
nuovo soggetto dovrebbe avere rispetto agli
altri enti locali e non, competenti in tema
di mobilità, trasporti, e pianificazione del
territorio.
Accanto al modello di Authority per
la mobilità con il compito di pianificare,
sviluppare e monitorare la mobilità che
sappia fornire ai governi locali linee guida
e strumenti per introdurre misure
amministrative per pianificare e controllare
la mobilità, potrebbe essere di interesse
valutare un modello leggero che
riconosce nel nuovo soggetto un ruolo
prevalentemente di mediatore e facilitatore
dei processi di costruzione di politiche
integrate per la mobilità, in grado di
presidiare il processo di attivazione di
tavoli negoziali e concertativi finalizzati
alla definizione di azioni condivise in tema
sia di gestione della mobilità, sia di
programmazione di nuove opere
infrastrutturali, sia di indirizzo rispetto
a politiche localizzative. In questo caso,
più che sulla costruzione di un ente ad
hoc, di cui non mancano esempi
internazionali, si tratterebbe di lavorare
sulla configurazione di regole da intendersi
come “istituti elementari che risolvono
problemi di coordinamento e hanno effetti di
regolazione dell’interazione sociale” (Donolo,
2003), per garantire diritti di accesso e
trasparenza nelle modalità di coinvolgimento
strutturato e preliminare dei diversi attori
coinvolti alle differenti scale territoriali
nel processo stesso. Questo non solo
risolverebbe la questione del perimetro di
competenza della Authority per la
mobilità che non può essere riferito
univocamente all’ambito territoriale di
pertinenza della Provincia di Milano, ma
consentirebbe anche di inscrivere le
politiche per la mobilità tra le priorità
politiche, come campo privilegiato
dell’azione pubblica.
Note
1
Gli spostamenti medi giornalieri sono 2.67
per la popolazione femminile e 2.73 nei
capoluoghi di provincia e nelle città con
più di 50.000 abitanti, mentre chi si sposta
in Provincia di Milano compie 2.55
spostamenti/giorno, con una media di 2
spostamenti in sequenza – per il 91,2% degli
intervistati (Regione Lombardia, 2003).
2
Si tratta di una indagine
origine-destinazione della Regione Lombardia
(DG Infrastrutture e Mobilità) che, tra
febbraio e giugno 2002, ha condotto
interviste telefoniche e al cordone
(intervista diretta a persone in ingresso in
Lombardia) a un campione significativo di
residenti in Lombardia (750.000 persone) e
di non residenti (50.000 persone), con la
finalità di conoscere la domanda di mobilità
articolata per aree territoriali, fasce
temporali, motivi dello spostamento,
modalità di trasporto, caratteristiche
socio-economiche dell’utenza, costruire con
questa matrici O/D della domanda di mobilità
grazie a cui “svolgere una efficace azione
di programmazione” (p. 7).
3
L’indice di mobilità esprime il numero medio
di spostamenti per individuo mobile (Regione
Lombardia, 2003).
4
Va ricordato che nella costituzione
dell’Unione europea la libertà di
spostamento è riconosciuta come un diritto
inalienabile.
5
Tra queste, l’iniziativa promossa dalla
Fondazione Bnc e realizzata dall’Isfort
(Istituto superiore di formazione e di
ricerca per i trasporti), per l’istituzione
di un osservatorio quantitativo sulla
mobilità che grazie a rilevazioni
trimestrali, dimensionate su 3.500
interviste telefoniche sul territorio
nazionale, intende restituire una fotografia
congiunturale di alcuni fenomeni di base,
per avere, a cadenza annuale, la proiezione
regionale degli indicatori costruiti. Su un
analogo filone si colloca l’indagine O/D
della Regione Lombardia (2003).
6
Si tratta di indagini sperimentali condotte
dal prof. Mario Boffi, della Facoltà di
Sociologia dell’Università Statale di Milano
Bicocca su un campione di anziani a Sesto
San Giovanni.
7
Indagine Origine/Destinazione 2002,
Regione Lombardia, DG Infrastrutture e
mobilità, Milano, 2002; e Futuro in
movimento. Scenari e prospettive della
mobilità e dei trasporti nell’area
metropolitana milanese, Provincia di
Milano, Assessorato alla viabilità, Milano,
aprile 2006.
8
I dati sui flussi pendolari disaggregati per
comune sono stati elaborati da Fabio
Manfredini. La costruzione degli indici di
mobilità e i relativi commenti sono di Paola
Pucci.
9
Tra gli indici territoriali di mobilità
considerati figurano:
- autocontenimento, calcolato come
rapporto tra flussi interni e popolazione
occupata del comune. Esprime il livello di
soddisfacimento interno nell’offerta di
posti di lavoro da parte di un comune;
- dipendenza, calcolato come rapporto
flussi in uscita dal comune e occupati del
comune. Esprime il livello di dipendenza di
un comune nell’offerta di posti di lavoro;
- mobilità si calcola come rapporto
tra la somma dei flussi in entrata e in
uscita dal comune per motivi di lavoro e la
popolazione occupata del comune. Restituisce
la densità di spostamenti in un comune;
- gravitazione, calcolato come
rapporto tra la differenza tra flussi in
entrata e flussi in uscita dal comune per
motivi di lavoro e gli occupati del comune.
Esprime il livello di polarità di un comune
nell’offerta di posti di lavori, poiché
restituisce l’attrattività di un comune
nell’offerta di posti di lavoro.
10
I comuni sede di una stazione della
metropolitana vedono incrementare i flussi
in entrata nel decennio intercensuario, così
come i comuni sede di stazione del servizio
ferroviario regionale.
11
Il dato relativo al reddito provinciale
pro-capite per la Provincia di Milano era di
156,1% nel 1991 e di 157,9% nel 1999, fatto
100 il reddito nazionale di ogni anno
(Rapporto dell’Istituto Tagliacarne).
12
In Provincia di Milano si concentra il 43,4%
dei flussi pendolari lombardi, contro
l’11,5% della Provincia di Brescia e l’11%
della Provincia di Bergamo; mentre
considerando la Provincia di Milano, meno il
capoluogo, i flussi casa-lavoro sono il
28,7% dei flussi in Lombardia.
13
L’area di influenza di Milano – calcolata
come % dei flussi verso Milano sul totale
dei flussi in uscita generati da ogni
comune, escluso Milano – indica che il 34,8%
dei flussi in uscita dai comuni della
provincia ha come destinazione il capoluogo.
14
Gli spostamenti in trasporto pubblico a
Milano, tra le città lombarde dove si usa di
più il mezzo di trasporto pubblico (22,7%
degli spostamenti dei residenti, con punte
del 62% tra le 8 e le 9 del mattino e del
33% della metropolitana per circa 160.000
passeggeri) saturano l’offerta. I filobus e
i tram, che all’ora di punta catturano il
28% del totale degli spostamenti, nel
complesso della giornata prevalgono sulla
metropolitana (O/D Regione Lombardia, 2003).
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